
Eugenio Giliberti (Napoli, 1954). Dopo gli anni di formazione, assorbiti dal clima politico turbolento che attraversa l’Italia negli anni Settanta, nel 1985 Giliberti anima un gruppo di giovani pittori che esordisce nella mostra Evacuare Napoli. Attratto in un primo tempo dal clima generale di ritorno all’ordine, presto indirizza la sua ricerca verso un’idea più radicale dell’arte. È il tempo delle pitture monocrome su superfici estroflesse (esposte fra l’altro in Trismegisto, Galleria Lucio Amelio, 1993) e dei “quadratini colorati”, quadri composti da migliaia di combinazioni di colori, il più noto dei quali è 680.400 quadratini colorati esposto per la prima volta nella personale del 1996 presso la galleria Th.e. di Napoli e poi nella personale désengagé, curata da Sylvie Parent in diverse gallerie Canadesi. Dai presupposti radicali, la pittura di Giliberti incontra l’oggetto in una serie di lavori che chiama “oggetti platonici” (“Rendez-vous des amis” , a cura di Bruno Corà, Museo Pecci, Prato, 1998). L’esperienza di conduzione di uno spazio pubblico cittadino con il progetto Pompeiorama (condotto con Mario Franco e Nino Longobardi, 1997-2001) produce il ritorno a un’attitudine politica che si esprime nel ciclo di lavori “LP”. Dalla fine del 2003 lavora a “voi siete qui”, Vico Pero “progetto di artista abitante”, dal 2006 conduce una particolare esperienza intorno a un rapporto possibile tra arte natura industria nella masseria Varco, in Valle Caudina, che costituisce anche il principale presupposto per l’adesione di Giliberti al progetto de “Fabbrica delle arti”.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| |||
Foto di Maria Di Pietro







